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Giangurgolo Maschera Calabrese Tradizione e folklore al Sud

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La parola “carnevale” deriva dal latino carnem levare ovvero “eliminare la carne” poiché anticamente indicava il banchetto che si teneva l’ultimo giorno di carnevale (il martedì grasso) prima del periodo di astinenza e digiuno dettato dalla Quaresima durante la quale poi  a nessuno era concesso di mangiare carne! COME MAI CI SI MASCHERA? Secondo numerose fonti, tra cui Apuleio, il “travestimento” deve essere fatto risalire a una festa in onore della dea egizia Iside, durante la quale erano presenti numerosi gruppi mascherati. Questa usanza venne importata anche nell’impero Romano: alla fine del vecchio anno un uomo coperto di pelli di capra veniva portato in processione e colpito con bacchette. In molte altre parti del mondo, soprattutto in Oriente, c’erano molte feste con cerimonie e processioni in cui gli individui si travestivano: a Babilonia , ad esempio, non era strano vedere grossi carri simboleggianti la Luna e il Sole sfilare per le strade rappresentando la creazione del mondo. Le maschere hanno quindi spesso un significato apotropaico, in quanto chi le indossa assume le caratteristiche dell’essere “soprannaturale” rappresentato. Tra le maschere più note della tradizione italiana, stranamente i dizionari enciclopedici tutti (dallo Zanichelli alla Treccani) ignorano. la simpatica maschera Calabrese nota nella commedia dell’arte: ci riferiamo a GIANGURGOLO. Il nome di per sé è già tutto un programma. Etimologicamente sembra voglia dire Gianni-gola-piena, o Gianni-ingordo. Insomma è un capitano d’origine spagnola, che alla bisogna sa fare i più diversi mestieri, sempre insaziabile di cibo. In particolare di maccheroni che sono la vivanda per cui stravede, specie quando sono ben fumanti. Al tempo stesso è un fanfarone , ne spara di tutti i colori; è un guascone che veste alla spagnola ed ama forbire il suo dialetto calabrese con intercalari spagnoleschi. Giangùrgolo, come tutti gli uomini fragili, ci regala un’immagine piuttosto fittizia che reale. È pronto, a parole, a dare bastonate sulle spalle, a rompere teste, a fracassare ossa ed a ridurre uomini interi in frattaglie. Salvo poi a darsela a gambe se qualcuno abbozza una reazione. Il nostro è anche un dongiovanni, o per meglio dire, ama provarsi nell’arte di sedurre le «giovin donzelle», ma non viene mai corrisposto, perché non preso sul serio; anzi quasi sempre viene canzonato dalle stesse donnette. Questa maschera tipica calabrese è vestita con pantaloni gialli rigati di rosso, porta un corsetto rosso, è paonazzo ed ha un lungo spadone.  Porta un copricapo a cono, ornato da una lunga piuma di pavone (che la dice lunga sul carattere del personaggio) molto in voga nelle Calabrie del ‘700. Le origini del Giangùrgolo vengono fatte risalire alla metà del XVI secolo: calcò le scene dei teatri italiani fino a tutto il XVII; La maschera dunque rappresenta uno scherzo verso i dominatori aragonesi e spagnoli. Giangurgolo nacque, secondo la maggior parte degli studiosi, per soddisfare l’esigenza di mettere in ridicolo, caricaturando, i dominatori, considerati “inutili eroi” bravi soltanto con le chiacchiere, dediti alla gola, arroganti. Ufficiali spagnoli, irriverenti ed insolenti, presenti a quel tempo nel nostro Meridione. Giangùrgolo era protagonista sui palcoscenici dei teatri settecenteschi tanto quanto lo era in strada. La stagion del Carnevale tutto il Mondo fa cambiar. Chi sta bene e chi sta male Carnevale fa rallegrar. (C.Goldoni)

Flavia Lombardo

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