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Oltre trent’anni dalla strage di Capaci: di Stelvio Marini

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Sono passati oltre trent’anni da quando, per volontà di Cosa nostra, una carica esplosiva, il 23 maggio del 1992, ha squarciato il cielo di Capaci, tra Palermo e Mazara del Vallo, uccidendo il giudice Giovanni Falcone, la moglie il magistrato Francesca Morvillo e gli agenti della sua scorta, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, lasciando a terra oltre 20 feriti. La strage di Capaci del 23 maggio insieme con quella di via d’Amelio del 19 luglio, a ragione è considerata il momento simbolicamente più rappresentativo dello scontro tra le mafie e lo Stato italiano. Quelle stragi provocarono finalmente giuste reazioni  nelle Istituzioni. Non furono però soltanto Governo e Parlamento a voltare pagina con decisione, ma fu l’intera Nazione che comprese che non era più tempo d’incertezze e di complicità diffuse.

Si ebbero l’adozione di provvedimenti attesi da anni: l’estensione ai mafiosi del 41 bis, il regime detentivo duro, la nascita della Procura nazionale antimafia con le Direzioni distrettuali , norme più incisive per colpire i patrimoni di origine illecita, con disposizioni sui collaboratori di giustizia, per acquisire informazioni dall’interno dei gruppi criminali. Oggi comunque, il fenomeno mafioso in Italia è cambiato. La mafia non è più quella del passato, non più solo crudeli criminali semianalfabeti ma manager in giacca e cravatta.

Un fenomeno che non si sviluppa solo nel Mezzogiorno, ma che è ampiamente esteso nel territorio italiano e nel mondo e che pervade la finanza globale verso nuovi e redditizi business. E’ una degenerazione criminale molto violenta e organizzata, una versione malvagia e importante del potere economico mondiale. Per questo oggi oltre al rimanere al passo con strumenti preventivi e repressivi occorre incoraggiare e sviluppare la cultura della legalità. Il mutamento di pelle delle mafie italiane e la loro adozione di modus operandi meno appariscenti dal punto di vista della violenza armata, non devono allentare la percezione del pericolo . Giovanni Falcone sapeva che la sua vita era in pericolo ma sfidò con coraggio forza e determinazione il potere dell’antistato.

Nel suo ricordo e nel nome le di tutte le vittime della violenza mafiosa, la cultura dell’antimafia deve crescere affiancando agli indispensabili momenti di commemorazione elementi di approfondimento che facciano comprendere come le mafie, anche se oramai lontano dalle forme tradizionali , rimangono purtroppo sempre terribilmente pericolose.

Stelvio Marini (dell’Esecutivo Provinciale FdI-Crotone)

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